Dal 31 ottobre 2026 al 6 gennaio 2027, Palazzo Ricci a Macerata ospiterà la mostra Dare forma allo spazio. L’architettura di Paolo Castelli, dedicata a una delle figure più rappresentative della cultura marchigiana del Novecento.
L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Carima e dalla Fondazione per l’Architettura di Macerata, in collaborazione con la Diocesi di Macerata e con il patrocinio della Regione Marche, della Città di Macerata, della Fondazione Marche Cultura, di In/Arch Marche e dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della provincia di Macerata.
Si è svolta nei giorni scorsi la cerimonia inaugurale con una conferenza di presentazione molto partecipata all’Auditorium “Dante Cecchi” e il taglio del nastro a Palazzo Ricci, alla presenza del Vescovo di Macerata Sua Eccellenza Monsignor Nazzareno Marconi, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Macerata Lorella Benedetti, della Vicepresidente di In/Arch Marche Simona Cerolini e della Presidente dell’Ordine degli Architetti Paesaggisti Pianificatori Conservatori di Macerata Barbara Baiocchi.
Sono intervenuti anche i familiari di Paolo Castelli, tra cui i figli Alessandro e Paula, cui sono andati i più sentiti ringraziamenti degli enti promotori per aver contribuito in modo determinante alla realizzazione dell’evento espositivo.
Il Vescovo di Macerata ha ricordato come Paolo Castelli abbia progettato tre chiese nel territorio della Diocesi: in ordine cronologico, Santa Maria delle Nevi a Sassotetto di Sarnano, la Sacra Famiglia a Casette Verdini di Pollenza e la Santa Madre di Dio a Macerata. La sua opera si inserisce nel solco della ricerca liturgica sviluppatasi negli anni successivi al Concilio Vaticano II, che ha riformato il rito romano e stimolato una nuova concezione degli spazi destinati alla celebrazione liturgica. Gli edifici sacri progettati da Castelli testimoniano dunque il fermento di rinnovamento e di apertura della Chiesa verso il mondo contemporaneo, traducendo in forme architettoniche le istanze di una stagione di profonda trasformazione.
L’Assessore alla Cultura di Macerata ha sottolineato come il compito dell’architetto di dare forma allo spazio, richiamato anche nel titolo della mostra, presenti significative analogie con il ruolo che la cultura svolge quotidianamente all’interno delle comunità. Ha inoltre evidenziato come iniziative espositive di questo tipo testimonino il valore della collaborazione tra le istituzioni, capace di favorire la crescita culturale delle città e di suscitare un rinnovato interesse nei confronti del loro patrimonio e della loro identità.
Alessandro Castelli, nel ricordare la figura del padre, ha raccontato come spesso venga definito un maestro, sebbene non abbia mai ricoperto in vita il ruolo di cattedratico né abbia mai fatto pesare la propria esperienza. Piuttosto, era un artigiano dell’architettura, sospeso tra arte e scienza, che seguiva personalmente ogni fase del progetto, dai primi schizzi fino ai disegni di dettaglio. Al tempo stesso, credeva profondamente nel valore del lavoro d’équipe, ricercando il confronto e la collaborazione tra professionalità diverse e complementari.
A dieci anni dalla scomparsa di Paolo Castelli, la mostra intende restituire la complessità e l’attualità della sua ricerca attraverso progetti, disegni, dipinti, scritti e documenti d’archivio. Un percorso che ricostruisce l’attività di un architetto capace di confrontarsi con le grandi trasformazioni culturali, sociali e territoriali del XX secolo, anticipando temi che ancora oggi animano il dibattito sul futuro dei luoghi e delle comunità.
«Questa mostra – afferma Bruno Illuminati, Presidente della Fondazione per l’Architettura – vuole essere non soltanto un omaggio alla memoria di Paolo Castelli, ma anche un’occasione per riaprire il confronto sulla sua eredità culturale. Attraverso i materiali esposti, il pubblico potrà riscoprire una figura capace di coniugare progettazione, riflessione teorica, urbanistica, pittura e attenzione al paesaggio. Ne emerge la complessità di un pensiero che, a dieci anni dalla sua morte, conserva una significativa attualità».
Nato a Camerino nel 1924 e scomparso a Macerata nel 2016, Castelli è stato architetto, urbanista, pittore e intellettuale. Formatosi a Roma durante gli anni della Seconda guerra mondiale, dopo la laurea conseguita nel 1947 scelse di tornare nelle Marche, affermandosi come esponente di quel professionismo colto che si andava consolidando in Italia nel secondo dopoguerra.
Fin dai primi anni di attività, svolta da principio individualmente e poi insieme al collega Marone Marcelletti, Castelli manifestò una spiccata propensione all’innovazione. Nel 1969 fondò il Gruppo Marche, una realtà professionale multidisciplinare che rappresentò, per l’epoca, una novità importante nell’organizzazione e nella gestione della professione.
Uno degli aspetti distintivi della sua ricerca è la capacità di leggere i luoghi e di cogliere con largo anticipo questioni che ancora oggi occupano il dibattito architettonico, sociale e infrastrutturale. Castelli fu tra i primi a sottolineare la necessità di riequilibrare gli assetti territoriali regionali, individuando strategie per valorizzare in modo organico i piccoli borghi dell’entroterra marchigiano.
Già negli anni Settanta, inoltre, intuì l’esistenza di una dimensione sovraregionale, oggi definita Regione Adriatica, che nel corso degli anni ha elaborato un linguaggio architettonico per certi aspetti autonomo e condiviso. La sua attività si sviluppò nel clima culturale del Novecento, un secolo segnato da conflitti e profonde trasformazioni economiche e sociali.
Castelli seguì con attenzione le innovazioni introdotte dall’architettura internazionale tra le due guerre, maturate nell’ambito del Movimento Moderno, confrontandosi con alcune delle figure più rappresentative del panorama architettonico e teorico del tempo. Tra i suoi principali riferimenti vi fu l’architetto americano Frank Lloyd Wright, del quale condivise l’idea di un’architettura organica, profondamente legata al contesto. Altrettanto importante fu il rapporto con lo storico dell’architettura Bruno Zevi, che pubblicò più volte i suoi progetti sulla rivista L’architettura. Cronache e storia. Da Zevi Castelli riprese la centralità dello spazio come elemento essenziale dell’architettura, tema affrontato nel celebre saggio Saper vedere l’architettura del 1948.
Da Wright trasse invece una concezione del progetto fondata su una relazione sostanziale con il luogo, basata sul rispetto e sull’integrazione con l’ambiente. Emblematica, in questo senso, è la Casa sulla cascata, realizzata da Wright in Pennsylvania nel 1936.
La centralità dello spazio, inteso come dimensione dell’esperienza umana, e l’attenzione per il contesto costituiscono dunque il nucleo del pensiero teorico e progettuale di Castelli. La sua concezione dell’architettura supera infatti l’idea dell’edificio come oggetto autonomo e pone al centro il rapporto con il paesaggio, naturale e costruito. Una relazione che assume anche un valore etico e riconduce il progetto al significato più profondo del costruire: comprendere un luogo, entrare in relazione con le sue caratteristiche e trasformarlo nel rispetto della sua identità. È proprio questa visione a guidare il percorso espositivo di Palazzo Ricci, che mette in luce il filo conduttore tra produzione architettonica, attività urbanistica e riflessione intellettuale, restituendo l’unità di una ricerca sviluppata attraverso linguaggi e strumenti diversi.
«Ospitare a Palazzo Ricci una mostra dedicata a Paolo Castelli – dichiara Francesco Sabatucci Frisciotti Stendardi, Presidente della Fondazione Carima – significa inserirne la figura nel percorso di valorizzazione dei grandi protagonisti del Novecento, che costituisce uno degli assi portanti dell’attività espositiva del museo. Palazzo Ricci è un luogo in cui memoria e ricerca si incontrano, offrendo al pubblico l’opportunità di riscoprire personalità che hanno contribuito, attraverso il proprio lavoro, a definire l’identità culturale del nostro territorio e del nostro Paese. Riscoprire questi protagonisti non significa soltanto custodirne la memoria, ma riconoscere nell’eredità del loro pensiero una risorsa per comprendere il presente e immaginare il futuro».
Accanto ai progetti e ai documenti relativi all’attività professionale, la mostra dedica una sezione alla pittura, ambito tutt’altro che marginale nella ricerca di Castelli. Per l’architetto, dipingere rappresentava infatti uno strumento di conoscenza e indagine, attraverso cui approfondire il rapporto tra natura, spazio e percezione. Così Roberto Cresti, Direttore Artistico di Palazzo Ricci e co curatore della mostra: «Anche nella pittura di Paolo Castelli emerge uno stile personale, fatto di segni essenziali e immediati, che richiama per alcuni aspetti quello di artisti come Orfeo Tamburi. Le sue opere nascono da una sensibilità profonda, legata soprattutto alla terra marchigiana, conosciuta fin dall’infanzia e divenuta nel tempo una fonte costante di ispirazione, capace di aprire lo sguardo alla varietà dei paesaggi e delle esperienze umane.
Castelli possedeva inoltre una straordinaria sensibilità nel cogliere le energie e le suggestioni provenienti dalla natura, accompagnata da una spiccata capacità di accostare e armonizzare le tonalità cromatiche». La capacità di confrontarsi con i grandi temi del Novecento e di individuarne possibili sviluppi attraverso un approccio innovativo ha consentito a Castelli di affermarsi come uno dei massimi esponenti dell’architettura marchigiana del secolo scorso. Il valore della sua ricerca è stato attestato anche da diversi riconoscimenti, tra cui il Premio In/Arch alla carriera conferitogli nel 2014.
«La scelta di inaugurare la mostra il 30 ottobre di quest’anno non è casuale – spiega Michele Schiavoni, curatore della mostra e Presidente di In/Arch Marche – ma nasce dalla volontà di legare il ricordo di Paolo Castelli a una data particolarmente significativa per il nostro territorio, che coincide con il decimo anniversario della forte scossa sismica che, nel 2016, colpì duramente la provincia di Macerata e in particolare il suo entroterra. Castelli aveva già intuito quanto fosse fondamentale prestare attenzione ai piccoli borghi, alla loro identità e al ruolo che svolgono nell’equilibrio territoriale regionale.
Sono temi che oggi acquistano un significato ancora più forte, mentre molte comunità sono impegnate nel percorso di ricostruzione e rigenerazione dopo il sisma. Riscoprire il suo pensiero significa anche riflettere sul futuro di questi luoghi, sulla tutela del loro patrimonio storico, culturale e paesaggistico e sulla necessità di una progettazione capace di rispondere alle esigenze delle comunità. La mostra vuole quindi essere anche un’occasione per riaffermare il valore del territorio e delle persone che lo abitano». Dare forma allo spazio.
L’architettura di Paolo Castelli si propone così non soltanto come un omaggio a una figura centrale della cultura architettonica marchigiana, ma come un’occasione per interrogarsi sul rapporto tra architettura, spazio, territorio, paesaggio e comunità. A dieci anni dalla sua scomparsa, l’eredità di Castelli continua a offrire strumenti di lettura del presente e spunti per immaginare il futuro dell’architettura nelle Marche.


