PERUGIA – La tragedia di Rigopiano non è stata un’imprevedibile fatalità naturale, ma il risultato di una catena di omissioni, negligenze e sottovalutazioni del rischio. È quanto emerge dalle motivazioni della sentenza d’appello bis depositate dalla Corte d’Appello di Perugia che lo scorso 11 febbraio ha condannato a due anni tre ex dirigenti regionali per il disastro dell’hotel di Farindola, travolto da una valanga il 18 gennaio 2017.
Il riferimento è soprattutto alla mancata redazione della Carta di localizzazione del pericolo valanghe (Clpv). Nelle motivazioni la Corte rileva che senza la Clpv non potevano essere attivati i successivi meccanismi di prevenzione e protezione del rischio valanghe.
“È stata finalmente riconosciuta la sussistenza delle responsabilità e delle posizioni di garanzia” sottolinea Wania Della Vigna, legale di parte civile. Secondo l’avvocata, la mancata attuazione della Clpv e la gestione inadeguata dell’emergenza e della viabilità avrebbero privato le vittime di una misura di salvaguardia decisiva. Un passaggio che, nella lettura della parte civile, rafforza il quadro delle responsabilità emerso dal giudizio.
Per Della Vigna, la decisione “restituisce dignità alla memoria delle 29 vittime e verità ai familiari” e rappresenta anche un monito sul tema della prevenzione e della sicurezza del territorio.






