La Semplicità per scoprire – e seguire – il senso della Vita. Quarta puntata della Rubrica “Lune-dì Benessere, a cura di Anna Fata.

Nella terza puntata di questa rubrica, intitolata “Rabbia da pandemia? No, grazie! Come superare le emozioni distruttive e potenziare la nostra salute” abbiamo riflettuto su come essere aperti e disponibili al prossimo, compatibilmente con le nostre possibilità, può fare molto bene alla salute sia di chi offre, sia di chi riceve. Non servono grandi o eclatanti gesti, si tratta prima di tutto di una disposizione d’animo, che poi nella migliore delle ipotesi si concretizza in gesti concreti.

Questa declinazione della nostra interiorità nel quotidiano è proprio la chiave di una esistenza che può contribuire alla nostra e altrui realizzazione, alla soddisfazione intrinseca e, in ultima analisi, alla scoperta e perseguimento del vero senso della vita.

Come si scopre, e magari persegue, il vero senso della vita?

E’ possibile?

C’è una età limite in cui farlo?

Come si declina tutto questo nel quotidiano e nel concreto?

Come la semplicità può essere la base di partenza di tutto questo?

Alla ricerca di un senso della vita

La Meditazione come stile di vita

La consapevolezza come conoscenza interiore

La semplicità come chiave di consapevolezza e comprensione

Come declinare la semplicità e ritrovare il senso della vita

  • * Apertura mentale e libertà di pensiero
  • * Consapevolezza della sofferenza e compassione
  • * Prendersi cura della rabbia
  • * Vivere nel presente e godere di ciò che c’è
  • * Coltivare il senso di comunità
  • * Occuparsi di se stessi

Alla ricerca di un senso della vita

Nei giorni scorsi gli ambienti spirituali, in particolare quelli legati alla Meditazione, sono stati scossi dalla perdita di quello che personalmente ho considerato uno dei più grandi Maestri in tale campo: Tich Nath Han.

Il bello dei suoi insegnamenti era costituito proprio dalla accessibilità a tutti, dai bambini, alle persone di età avanzata, da chi poteva avere fruito di occasioni culturali ed educative a chi ne aveva avuto meno possibilità.

Non parlava linguaggi astrusi, forbiti, ricercati, non proponeva pratiche irrealizzabili, farraginose, difficilmente declinabili tra le diverse culture, ma veicolava, prima di tutto con la sua stessa esistenza, un modo di vivere ordinario, concreto, feriale, che però lasciava trasparire dei valori di fondo che forse oggi più che mai sarebbe importante riscoprire e applicare nelle nostre vite, da oriente a occidente, per il solo fatto di essere degli umani senzienti.

La Meditazione come stile di vita

Nella visione di Tich Nath Han la Meditazione mi è sempre apparsa prima di tutto come una disposizione interiore, che si declinava poi nel concreto in ogni frangente e occasione esistenziale.

Non era qualcosa relegato ad un orario, un contesto, una pratica o studio specifico, che sicuramente era presente, un po’ come accade nel caso dell’allentamento del proprio corpo in palestra, ma era qualcosa che la sua stessa essenza trasmetteva, implicitamente, così come, all’occorrenza, con tutti i gesti e comportamenti in ogni istante della giornata, da solo o in compagnia.

La consapevolezza come conoscenza interiore

Oggi si pone grande enfasi sul sapere, la conoscenza, la comunicazione, ma talvolta temo si perda una prospettiva di osservazione più ampia, quella della consapevolezza.

Un conto è sapere con la mente, conoscere, afferrare con la ragione, la logica, un altro è arrivare a avere cognizione di qualcosa che si rende interiore, profondo, in armonia con la propria persona e col proprio essere più intimo.

La consapevolezza è ciò che forgia etica, condotta di vita, autenticità, modo di rapportarsi al mondo.

E’ avere coscienza, avere contezza di qualcosa, prima di averne cognizione, di rendersi conto.

E’ il cum sapere latino, un sapere insieme, con mente, corpo, spirito.

Del resto, quando SAI qualcosa, ancora non lo SEI.

La consapevolezza è un sapere vissuto a più livelli, un vero e proprio campo di coscienza.

La pratica meditativa in questo senso può rappresentare un’ottima palestra interiore per allenare il proprio senso di consapevolezza.

La semplicità come chiave di consapevolezza e comprensione

Mai come nell’epoca storica che stiamo vivendo, tra crisi economica, culturale, sanitaria, sociale, psicologica, i valori consumistici, egocentrati, individualisti stanno manifestando i loro limiti e, forse, in alcuni casi, cominciano ad essere messi in discussione.

Dove ci hanno condotto?

Ci potranno aiutare a riemergere da questo difficile momento socio esistenziale?

In che modo ne usciremo?

La prospettiva che ci si sta delineando è veramente desiderabile? E’ quella che pensiamo che farà bene a noi, ai nostri cari, al nostro prossimo? E’ proprio così che vogliamo lasciare il mondo alle future generazioni?

Tanti sono i dubbi e gli interrogativi che ci possiamo porre e il tempo di sospensione, di stasi, talvolta anche di lutto, di riflessione che abbiamo vissuto, chi più, chi meno, in questi anni ci può avere offerto l’occasione, più o meno forzatamente, di fermarci e riflettere e, magari, ritrovare il vero senso del nostro esserci.

Molti di noi hanno dovuto subire restrizioni, rinunce, nel breve, medio o anche lungo termine, provvisorie o anche permanenti. Ne è inevitabilmente risultata una ridefinizione delle nostre vite, più o meno radicale. E con essa, in alcuni casi, anche dei valori di fondo.

Con ampia probabilità le molte rinunce ci hanno permesso di riscoprire qualcosa che forse avevamo perduto. Con il ritorno all’essenziale, ha potuto riemergere la semplicità.

Semplice non è ciò che è scontato, banale, auto evidente.

Semplice è ciò che letteralmente è costituito da un solo elemento, che non è ulteriormente scindibile. Semplice è ciò che è piegato una sola volta.

Semplice non è auto evidente in sé, non si comprende senza sforzo, ma va aperto intenzionalmente per poter accedere alla conoscenza insita.

Semplice è ciò che è lì, pronto per essere compreso, ma solo per chi vuole veramente intendere, ed è la base per la complessità.

Insomma, la semplicità in questo senso sembra poter rappresentare un valido fondamento su cui erigere la nostra esistenza. Ogni edificio per poter essere stabile e sicuro nel tempo ha bisogno di basi solide e ben radicate.

Come declinare la semplicità e ritrovare il senso della vita

Chiarito il senso di consapevolezza e semplicità ci resta il dilemma di fondo: come fare per riscoprire e soprattutto realizzare il proprio senso della vita?

Premesso che ciascuno ha il suo percorso interiore, il proprio scopo e missione più intima che solo lui può conoscere, esistono dei valori, delle linee guida di fondo che penso ciascuno di noi possa avere come bussola profonda per orientare la propria esistenza.

* Apertura mentale e libertà di pensiero

Come a noi piace poterci esprimere liberamente, secondo il nostro modo non solo di pensare, ma anche e soprattutto sentire, potrebbe essere opportuno imparare a concedere e rispettare tale libertà anche nell’altro.

Libertà che si declina in assenza di ideologie, fanatismi, posizioni radicali, giudicanti, logica del giusto-sbagliato, vero-falso, attaccamento alla propria posizione in modo ostinato e definitivo.

Implica sapere prima di tutto ascoltare, se stessi, gli altri, accogliendo quanto emerge, senza giudicarlo, criticarlo, etichettarlo, spesso ferocemente come ci stiamo abituando a fare. Non si tratta necessariamente di condividere, di avere la stessa opinione, che per definizione è soggettiva, ma quantomeno di cercare di comprenderla e rispettarla.

Ciascuno ha il diritto di esistere e manifestarsi, pur senza ledere il prossimo.

* Consapevolezza della sofferenza e compassione

Tutti noi, per il solo fatto di essere vivi, siamo chiamati a occuparci della nostra sopravvivenza. In questo senso possiamo essere soggetti a maggiori o minori difficoltà, sfide, problemi da affrontare, di qualsiasi sorta, durata, complessità.

Troppo di frequente ci poniamo al centro del mondo credendo di soffrire solo noi, di avere diritti speciali di aiuto, riconoscimento, quando invece ciascuno di noi è e fa quel che può. E soprattutto, anche se ci possiamo dare tanto da fare, non è detto che quel che otteniamo sia solo frutto dei nostri sforzi e volontà. Nulla ci è veramente dovuto dalla Vita, dal Mondo, c’è sempre una quota di imponderabile, temo, che può rendere ragione di alcune esistenze più o meno complesse o fluide e realizzate di altre.

Con questa consapevolezza di fondo ci può risultare più accessibile la compassione, il patire insieme, il sentire che l’altro, al pari di noi, ha i suoi pesi, le sue fatiche, i suoi dolori, fisici, emotivi, mentali.

Tutti, in cuor nostro, ambiamo a rifuggire il dolore e perseguire la felicità, e tutti abbiamo pari diritto di compiere tale percorso. A volte alcune situazioni sono risolvibili, altre meno. In questi ultimi casi ci resta il potere interiore, che si estrinseca nella accettazione, che non è resa, rassegnazione, ma una presa d’atto che quella è la realtà con cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti.

* Prendersi cura della rabbia

A volte le circostanze della vita ci induriscono, incattiviscono, incancreniscono le nostre ferite del corpo e dell’anima che ci rendono rancorosi, ostili, nemici a noi stessi e agli altri.

Vediamo lotte, guerre, cattiverie attorno, ce ne lamentiamo, ma non siamo consapevoli che, in verità, la vera guerra sta accadendo in noi stessi.

Le famose guerre nel mondo, in famiglia, in comunità si sanano e, magari superano, lavorando prima di tutto su se stessi. Gli istinti distruttivi, rabbiosi, incattiviti, i semi del male li abbiamo tutti, che ne siamo consapevoli o non. Sta a noi decidere se coltivarli, oppure se concedere maggiore spazio alla parte creativa, costruttiva.

* Vivere nel presente e godere di ciò che c’è

Vivere nel presente non implica uno stile di vita che si limita al godereccio, dissoluto, come si potrebbe credere all’apparenza. E’ saper dimorare nell’istante, in quel che c’è, un respiro, un odore, un boccone di cibo, una emozione fugace.

E’ non fuggire nel futuro o nel passato per nascondersi dai timori, i dolori, le ansie dell’ora. E’ saper apprezzare quel che c’è, senza giudicarlo, accogliendolo e lasciandolo andare, in modo che venga seguito da un nuovo, continuo adesso.

* Coltivare il senso di comunità

Troppo di frequente siamo chiusi in noi stessi, nei nostri egoismi, nelle meschinità, nei nostri privilegi. Troppo spesso siamo fonte di discussioni, liti, divisioni, più o meno aperte o accese.

Se coltiviamo e decliniamo la pace in noi, possiamo fare altrettanto creando comunità armoniche, collaborative, cooperative, pacifiche, dalla famiglia, al mondo professionale, scolastico, culturale, politico.

* Occuparsi di se stessi

Volutamente ho posto per ultima questa linea guida, che troppo spesso collochiamo per prima. Anche se, in realtà, quello che di frequente facciamo per noi stessi è votato alla apparenza, a stordirci, non pensare, a non coltivare quel che conta veramente, i valori più intimi e profondi.

Occuparsi di se stessi vuol dire ascoltare, comprendere, rispettare le proprie autentiche necessità, dare voce alla propria natura più profonda e cercare di realizzarla.

Questo processo doverebbe idealmente essere perseguito lungo l’intero arco del nostro cammino terreno. Dovrebbe poter comprendere la cura del corpo, con sana alimentazione e attività motoria, dello spirito e della mente, con una cultura, studio capaci di nutrire e fare riflettere.

Anna Fata