Settima puntata – Lune-dì Benessere – a cura di Anna fata

Anche tu sei un po’ triste quando hai il raffreddore?

Come i piccoli e i grandi malanni influiscono sul benessere e la vita sociale

Nell’ultima puntata di questa rubrica, intitolata “Anche tu sei in conflitto con la bilancia? Come il cibo può essere un alleato o un nemico per la nostra salute psicofisica ” abbiamo compreso come il nostro potere di influire sulla nostra salute, con scelte, comportamenti, azioni concrete può essere determinante.

A volte, però, anche se le nostre attività possono ampiamente avere un impatto sul nostro benessere, non sempre possono determinare quello che la genetica, i momenti di vita, le circostanze, l’ambiente può esercitare su di noi.

Volente o nolente, talvolta, possiamo ammalarci, più o meno gravemente, in modo acuto, transitorio, oppure più blando o cronico.

Le situazioni che si vengono a creare in tali circostanze possono assumere le forme più disparate, a seconda della malattia, della persona, delle sue risorse organiche, fisiche, psichiche, comportamentali, emozionali, economiche, professionali, sociali, culturali.

Non esiste una reale separazione tra mente, corpo, emozioni, non si tratta neppure di interconnessione, influsso reciproco, ma di reale unità e coincidenza.

Può essere un po’ complesso da concepire per il nostro intelletto, ma si vive quotidianamente. E i malanni di cui, prima o poi possiamo essere vittime tutti, ce ne offrono la prova tangibile.

* Quando un raffreddore non è un semplice raffreddore

* Quando la malattia non guarisce: le patologie croniche

* Le implicazioni della malattia cronica sulla vita socio individuale

* Quando la psiche soffre la cronicità

* Come dare un senso e integrare la malattia cronica nella vita

* Accettare la malattia e farne uno strumento di benessere

* “Perché proprio a me?”, oppure “Che senso ha per me?”

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Quando un raffreddore non è un semplice raffreddore

Sarà capitato alla maggioranza di noi di sperimentare almeno una volta nella vita anche un semplice, blando o imponente raffreddore.

Naso che cola, starnuti ripetuti, naso gonfio, caldo, bruciante, vagamente screpolato, perdita o attenuazione momentanea dei sensi di olfatto e gusto, malessere diffuso, brividi, un poco di stanchezza, pesantezza alla testa, occhi arrossati e un poco lacrimanti.

Insomma, non siamo e non ci sentiamo proprio in forma smagliante. Magari sintomi non particolarmente gravi che ci impediscono di affrontare appieno le incombenze della giornata, ma sufficienti per indurre un sottile senso di disagio fisico, mentale ed emotivo, tra contrarietà, fastidio, pesantezza, intorpidimento, rallentamento globale, torpore, e, forse anche un vago senso di malinconia, rammarico, tristezza, dispiacere.

In quei momenti ci rendiamo conto, per contrasto, quanto si stava bene quando si era in pieno vigore psicofisico e non si vede l’ora che si possa ristabilire tale equilibrio momentaneamente smarrito.

In realtà, in genere ci ammaliamo, soprattutto nel caso di infezioni virali e batteriche, quando l’organismo è un po’ affaticato, debilitato, inducendo un calo della reazione di difesa normalmente esercitata dal sistema immunitario, che solitamente è in grado di difenderci dalle continue aggressioni degli organismi esterni.

In natura gli agenti patogeni ci circondano, più o meno diffusamente, ma noi, se siamo pienamente efficienti sul piano psicofisico, non ne risentiamo. Il nostro organismo sa come difendersi e, in genere, lo sa fare egregiamente.

A volte, stress, ansia, affaticamento, sovra lavoro, preoccupazioni, o altri fattori debilitanti, quali alcune patologie d’organo, difetti ereditari, medicinali, stati emotivi dolorosi, eventi traumatici, possono mettere a repentaglio il sistema immunitario e la sua efficacia.

A quel punto possiamo essere più suscettibili alle aggressioni, interne o esterne, e ammalarci.

Mai come in quei momenti si ha di fronte la preziosa opportunità di rendersi conto come il complesso mente-corpo sia un tutt’uno e qualsiasi divisione non ha alcun senso, se non ai meri fini descrittivi. In verità, in natura, non è questo ciò che esiste.

Quando la malattia non guarisce: le patologie croniche

Talvolta, però, le patologie da acute, transitorie, possono trasformarsi o manifestarsi fin dal loro primo esordio come croniche. Non c’è una guarigione, solo palliativi, sintomatici, che alleviano la sofferenza, magari ne rallentano il decorso, ma non ne impediscono un lento, faticoso, progressivo, inevitabile aggravarsi. Inoltre, le stesse terapie possono implicare degli effetti collaterali, a volte anche molto pesanti da tollerare.

In questi casi le implicazioni sui piani individuale, corporeo, mentale, emotivo, identitario, familiare, sociale, economico, professionale possono avere un impatto enorme e non sempre facile da affrontare.

Secondo i dati della Organizzazione Mondiale della Sanità le malattie croniche comportano il 92% di mortalità, il 37% di invalidità cardiovascolare, il 29% di tumori. Si registra una probabilità del 10% di morte per patologia cronica tra i 30 e i 70 anni.

Le malattie croniche si caratterizzano per andamento incerto, imprevedibile, ledono la quotidianità, la routine, accelerano i processi fisiologici dell’invecchiamento, si alternano a periodi di relativo benessere, inducono una sensazione di mancanza di controllo sulla propria vita a causa della non prevedibilità del loro decorso.

Se nelle malattie acute, transitorie, come un ordinario raffreddore, possono apparire termini associati alla lotta, alla guerra, alla battaglia, alla malattia, alla vittoria o sconfitta, in quelle croniche, invece, le parole fanno spesso riferimento a concetti quali convivenza, tolleranza, accettazione, gestione, sollievo.

Ogni individuo è un mondo a se stante, ciascuno agisce e reagisce a suo modo di fronte a queste evenienze di vita per cui diventa molto difficile offrire un reale, condivisibile, generalizzabile modello di cura valido per ogni persona e in ogni fase della sua stessa esistenza.

Ecco perché si sta andando sempre più nella direzione di terapie non solo globali, che attengono alla ampia sfera mente-corpo, ma che sono sempre più personalizzate, nonché circostanziate al momento esistenziale che si sta affrontando, con monitoraggi e rimodulazioni continue e costanti.

Il benessere, in realtà, è qualcosa che si rinnova istante dopo istante. Non è mai definito né definibile una volta per tutte. Ancora più nel caso di malanni cronici.

Le implicazioni della malattia cronica sulla vita socio individuale

Al di là delle ripercussioni strettamente di pertinenza medica organica, peculiari di ogni patologia, così come di ciascun individuo, l’impatto più ampio, profondo, a tratti devastante delle patologie croniche riguarda il complesso dell’esistenza personale e la stessa identità della persona coinvolta e, di riflesso, le ripercussioni sull’ambiente sociale, familiare, amicale, professionale circostante.

Chi soffre di una patologia cronica sa e sente che la propria identità fino a quel momento costruita, magari con tanto impegno, tempo, energia, fatica, non esiste più. E’ come se fosse annullata, polverizzata, sparita, o quantomeno messa a dura prova.

Si tratta di imparare a integrare nella propria immagine – a volte anche estetica, corporea, a volte più e solo sul piano emotivo, perché si soffre di malanni non visibili immediatamente ad occhio umano – qualcosa che apparentemente ci sembra estraneo, capitato dall’esterno, che non abbiamo chiesto, né cercato, ma che semplicemente ci è capitato.

Improvvisamente si sentono messi in discussione l’immagine corporea, sociale, familiare, personale, i ruoli, le attività, i poteri che si pensava di detenere fino all’esordio di questa sindrome. Tutto quanto vissuto e dato per acquisito, scontato, noto, non viene più concepito come tale.

Tutto va riconquistato istante dopo istante, non è detto che si ottenga e, comunque, con una sensazione che non sarà più come prima. La diagnosi, quindi, sancisce una vera e propria frattura spazio temporale dentro e fuori se stessi.

I sintomi, nella cronicità, sono pressoché continui, diventano la nuova normalità, una consueta presenza, che si alterna a momenti di relativa, apparente quiete.

La malattia a quel punto richiede un profondo lavoro interiore di ricerca di senso, di ridefinzione di sé, della vita, di accettazione di una restrizione della propria progettualità futura e del senso del tempo.

Quando la psiche soffre la cronicità

In tali circostanze è pressoché inevitabile che vi siano anche delle ripercussioni sulle sfere mentali ed emotive, oltre che corporee. Le funzionalità fisiche, psichiche, mentali, familiari, sociali, socio professionali vengono costantemente sfidate e ridefinite momento per momento. Nulla può essere più permanente, almeno illusoriamente, come era nel passato.

La stragrande parte del tempo, dell’attenzione, delle energie viene devoluta al controllo, gestione, trattamento dei sintomi, si deve imparare a convivere con un senso di vaga e diffusa imprevedibilità, inaffidabilità, sfiducia, con concomitante calo di autoefficacia, controllo, potere, autostima, tono dell’umore.

Gravità della malattia, distanza temporale dalla prima, dolorosa diagnosi, oltre che fattori di personalità, genetici, sociali, familiari, culturali, educativi, professionali possono incidere abbondantemente sulle modalità fisiche, mentali, emotive di affrontare tali situazioni, da persona a persona.

Assai peculiari, e non certo meno dolorose, anzi, in alcuni casi anche peggiori da vivere e accettare, sono le patologie croniche che non hanno una manifestazione chiara e lampante sul corpo. In quei casi, sia la persona coinvolta, sia quelle circostanti possono avere un atteggiamento deleterio quale quello della concezione del “malato immaginario”, con pericolosa svalutazione organica, mentale, emozionale, sociale delle implicazioni.

Come dare un senso e integrare la malattia cronica nella vita

Senza pretesa di generalizzare, né offrire soluzioni valide sempre, ovunque, per tutti, esistono tre principali interpretazioni della malattia cronica:

– la malattia cronica come una frattura insanabile, un cambio di paradigma, di valori, di riferimenti, di stili di vita, un punto di non ritorno tra prima e dopo, che disgrega, annulla, sradica, rivoluziona. In questi frangenti si assiste ad un tentativo di ristabilire una parvenza di continuità, almeno in alcuni ambiti esistenziali

– la malattia cronica come tentativo di ricostruire una continuità biografica coerente, una fase di vita. Questo vale soprattutto se la patologia fa il suo esordio in età avanzata. In questi casi si concepisce la malattia come legata all’invecchiamento fisiologico, che comporta un minore potere distruttivo sulla identità, oppure questo si verifica quando il malanno richiede terapie molto invasive

– la malattia cronica come ristrutturazione positiva dell’identità. Si assiste in tali casi al concepimento di una nuova identità, sulla base della patologia cronica, con un senso di dinamismo, di evoluzione, di reazione costruttiva di fronte agli stimoli circostanziali, positivi o negativi che possano essere. In questo caso si fa molto leva sulle risorse individuali, sociali, con conseguente potenziamento del senso di controllo, efficacia, potere, autostima.

Accettare la malattia e farne uno strumento di benessere

Da quanto esposto finora risulta chiaro come i processi interiori di conoscenza, gestione, accettazione di una sindrome patologica possano essere diversi da persona a persona.

Accettazione non significa resa, rinuncia, abdicazione. Implica, al contrario grande determinazione, calma, lucidità, pacatezza, spirito volitivo, dolcezza, benevolenza per prendersi cura ogni giorno di sé, nel complesso mente-corpo, senza trascurare alcuna di tali polarità, senza pensare di avere raggiunto un equilibrio definitivo, senza pretendere di avere una soluzione per ogni male, per sé o per il mondo, ma con umiltà e rispetto.

Si tratta di riorientare la propria esistenza, la quotidianità, così come i propri valori, in direzioni completamente differenti rispetto al passato. Ritornare all’essenziale, a quello che conta veramente, che fa stare bene, se stessi e gli altri.

Emozioni contrastanti come paura, incertezza, smarrimento, rabbia, dolore, tristezza, solitudine, vergogna, imbarazzo, fatica, sono da elaborare e comprendere e lasciare andare, momento per momento.

Del resto, molta letteratura scientifica attesta da anni come il dolore cronico del corpo possa impattare negativamente anche su intelletto, psiche, stile di vita, se non gestito, accettato, integrato nel vivere quotidiano e nella immagine nuova di se stessi.

Anche le persone care circostanti, parenti, amici, colleghi di lavoro possono essere direttamente implicati in questo sforzo di ridefinzione di identità e ruoli, evitando atteggiamenti di condanna, colpa, oppure pietismo, svalutazione della sofferenza.

Perché proprio a me?”, oppure “Che senso ha per me?”

E’ probabilmente una delle prime, più immediate domande che possono occorrere a fronte della diagnosi. Forse più che questo quesito, probabilmente destinato alla mancanza di una risposta ultima, certa, definitiva, si potrebbe sostituire con:

Che senso ha questa malattia per me?”, a cui aggiungere: “Che lezione, che valore aggiunto può apportare alla mia, e magari anche altrui, esistenza?”.

Se è vero che nella vita non possiamo essere onnipotenti, né onniscienti, come forse a volte illusoriamente pensiamo, è altrettanto vero, probabilmente, che, volendo, sulla nostra vita interiore e sul complessivo benessere possiamo avere più potere di quello che abbiamo creduto fino a questo momento e possiamo, con libertà e responsabilità, assumerci tutti i rischi del caso. L’obiettivo ultimo è il benessere. Nostro e del mondo.