ANCONA –  Il tribunale di Ancona ha condannato due pachistani, zio e nipote, accusati di caporalato (intermediazione illecita) e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perché reclutavano e sfruttavano connazionali fatti poi lavorare in aziende agricole collocate tra Senigallia (Ancona) e Pesaro.


    La giudice Francesca Grassi ha inflitto due anni e sei mesi di reclusione allo zio, 59 anni, e due anni e tre mesi al nipote, 28 anni, entrambi regolari sul territorio italiano e residenti nel Senigalliese. Dovranno pagare anche 15mila euro di multa. Il 59enne era il titolare di un’impresa individuale che reclutava la manodopera straniera mentre il 28enne avrebbe dato una mano, collaborando.


    I fatti contestati risalgono al 2018 e al 2019, ma emersero nel 2020 alla fine di una indagine portata avanti dalla squadra mobile di Ancona e dal Commissariato di polizia di Senigallia. Stando alle accuse, sempre respinte dai due imputati, difesi dagli avvocati Ruggero Tomasi ed Andrea Reginelli, gli imputati avrebbero approfittato dello stato di bisogno dei braccianti imponendo loro dure condizioni di lavoro con turni di 12 ore al giorno e una paga inferiore a 5 euro l’ora. Dalle buste paga dei migranti venivano detratte anche le spese per il trasporto nei campi, il vitto e l’alloggio in case fatiscenti dove la polizia aveva rilevato che dormivano in un sottotetto, anche in 30 persone.