Rabbia da pandemia? No, grazie!

Come superare le emozioni distruttive e potenziare la nostra salute

di Anna Fata

Nel corso della seconda puntata di questa Rubrica, lunedì scorso, dal titolo “Generazione Like e cuoricini – Perché essere generoso ti può fare bene alla salute” abbiamo esaminato gli aspetti legati al vivere individuale e sociale, con particolare riferimento alla posizione del dono, dell’altruismo, dell’egoismo, della generosità.

Oggi seguiamo questo filone per addentraci negli aspetti immediatamente connessi ad essi, quali, tra i tanti, la libertà, la responsabilità, le emozioni e i pensieri che stanno alla base di queste posizioni.

Come la pandemia ha cambiato le nostre persone e il vivere socioindividuale

Stiamo affrontando ormai il terzo inverno all’insegna di regole, divieti, permessi, imposizioni, dispositivi tecnici e scientifici che ci vedono impegnati costantemente e responsabili verso noi stessi, i nostri familiari, gli amici, e più ampiamente il contesto sociale in cui ciascuno di noi, volente o nolente, suo malgrado, per scelta o necessità, è calato e di cui, consapevolmente o non, è parte.

Questa condizione, perdurante, pur con opportune e necessarie variazioni nel corso del tempo, ci sta accompagnando quotidianamente, nei gesti, nei comportamenti, nei pensieri, nelle scelte, nei vissuti emotivi.

Difficile, se non impossibile, non subire almeno in parte l’influsso di tale stile di vita e condizionamento razionale, emozionale, oltre che, come è ovvio, comportamentale.

Per mesi, a fasi alterne, ci siamo anche segregati nei pochi o tanti metri quadrati di casa – almeno per chi ha la possibilità di fruire di questo privilegio – seguendo (o trasgredendo) le raccomandazioni che ci sono state trasmesse, aspettando qualche forma salvifica, verso la quale nutrivamo grande fiducia. Forse eccessiva. Forse immotivata, forse irrazionale, forse illusoria.

Per qualcuno era un magico vaccino che sconfiggesse in un’unica soluzione una pandemia, una volta per tutte, per tutti, ovunque, per sempre, e magari fantasmagoricamente qualsivoglia forma di patologia o malanno eventuale futuro. Il tutto, naturalmente, senza alcun rischio, conseguenza negativa, effetto collaterale di qualsiasi sorta, prezzo, condizione di sorta.

Per qualcun altro poteva essere l’alba di un nuovo mondo, composto da persone rinnovate nel corpo, nella mente, nelle condizioni di vita, abitative, economiche, più solidali, eque, compassionevoli, ricche, per tutti.

Per qualcun altro ancora poteva essere il semplice ritorno alla vita che era stato chiamato a sospendere e che, tutto sommato, si era costruito, aveva amato, di cui era soddisfatto e di cui si era sentito improvvisamente spodestato.

Ognuno ha vissuto tale periodo a suo modo. Con i suoi sogni, le aspettative, i desideri, dal famoso “andrà tutto bene”, a “l’importante è restare uniti”, passando per il terrore silente e sotto traccia che, forse più di un concreto virus pandemico che all’occhio umano, senza strumenti adeguati non è visibile, non ha mai smesso di circolare e che oggi, probabilmente anche più del passato, continua la sua corsa efferata a incontrollata, inquinando ormai sempre più sfere della nostra esistenza.

E’ innegabile: a chi più, a chi meno, la pandemia attualmente ancora in corso, e con cui dobbiamo fare quotidianamente i conti, ha cambiato, forse irrimediabilmente le nostre esistenze. E, soprattutto, ci ha mutati dentro. In meglio, in peggio, non è dato sapersi, e forse neppure utile né funzionale alla comprensione di se stessi e alle relazioni col prossimo e col mondo.

Quello di cui è da prendere atto è il cambiamento, con cui dobbiamo fare i conti.

Forse oggi più che mai siamo di fronte alle domande che ciascun essere umano, prima o poi, almeno una volta nella vita si pone: chi sono io? In che direzione desidero orientare la mia vita? E, soprattutto, quesito ancora più arduo e talvolta scomodo: cosa vuole la vita (il destino, Dio, Buddha, l’Universo, ecc.) da me? Cosa mi sta chiedendo?

Rabbia da pandemia, no grazie!

Ognuno di noi quando vive una situazione nutre i suoi pensieri, le sue emozioni, e in funzione di ciò orienta le scelte e i comportamenti. E, in teoria, se ne assume le sue responsabilità.

Responsabilità, però implica la facoltà di chi risponde delle conseguenze delle proprie azioni e cerca di evitare al contempo i danni a chi sta attorno.

Quanto siamo e siamo stati responsabili nella nostra vita, ad oggi, e lo siamo tuttora?

D’altro canto il concetto di responsabilità è inscindibilmente legato al concetto di libertà.

Mai come in questi ultimi anni, e ancora oggi, ci siamo sentiti, chi più, chi meno, privati in misura maggiore o minore delle nostre libertà. E questo, inevitabilmente, ha comportato delle conseguenze differenti per ciascuno sui piani logico, razionale, emozionale, comportamentale.

Abbiamo per anni vissuto con tante possibilità a disposizione, che abbiamo usato, e a volte anche abusato, e che davamo per scontate e che improvvisamente ci sono state sottratte. Forse non comprendevamo del tutto il senso di tali opportunità, ce ne siamo avvalsi, e magari abbiamo anche trascurato gli oneri, i doveri, le regole che queste comunque implicavano, e non solo diritti, che spesso crediamo.

Abbiamo confuso i tre tipi fondamentali di libertà:

libertà DI, la possibilità di esercitare un diritto, con immancabili effetti sulla sfera sociale

libertà DA, che attiene alla sfera privata, che non ammette condizionamenti, imposizioni, intromissioni

libertà PER, che comporta una decisione volontaria, deliberata di finalizzarsi ad obiettivo.

E soprattutto non ci siamo resi conto come le tre forme di libertà siano inestricabilmente connesse le une con le altre e che la ciascuna comporta inevitabilmente l’altra.

Siamo sempre condizionati da un contesto, che sia sociale, atmosferico, geografico, economico, culturale, religioso, poco cambia. Non esiste la libertà assoluta. La libertà è sempre contestualizzata. Paradossalmente non si è liberi neppure in un eremo, un deserto, una giungla. Figuriamoci in una società civile.

La pandemia, tra le altre cose, ci ha riportati bruscamente alla realtà dei fatti. Non abbiamo controllo su tutto e su tutti. La volontà, la progettazione, la scienza, la tecnica, la ricerca non ci proteggono da tutto, non ci permettono di dominare noi stessi, gli altri, il mondo.

Non tutto è soggetto al nostro volere e con questo dobbiamo venire a patti. O, quantomeno, imparare, con un po’ di umiltà, ad accettare.

La reazione emotiva di molti di noi, e continua ad essere tale in molti casi, più o meno latente o manifesta, è stata la rabbia.

Rabbia che denuncia disillusione, frustrazione, panico, ansia, confusione, smarrimento, insicurezza, e soprattutto paura. A volte anche al limite del terrore. E nel caso di una pandemia pare che la minaccia per la propria sopravvivenza sia reale e concreta.

E allora abbiamo escogitato ogni forma di tutela, per quel che potevamo, con la scienza, la ricerca, i comportamenti del singolo, della collettività, ma difficilmente ancora, temo, molti di noi sono in grado di comprendere a fondo il senso, uno dei tanti, di questo radicale cambiamento di prospettiva esistenziale.

Come affrontare al meglio paura e rabbia

E, allora, in queste condizioni, che fare?

Come vivere al meglio questa condizione che, in misura maggiore o minore, ciascuno di noi sta soffrendo?

Fermandoci.

Un istante, pochi minuti al giorno. Investiamo tanto tempo per tenerci occupati, per distrarci, per non pensare a noi stessi, alla nostra vita, al senso del nostro essere al mondo, il contributo che potremmo offrire alla collettività. Ci stordiamo, ci riempiamo di tutto, attività, oggetti, rumori, persone, e non resta più lo spazio e il tempo per ciò che ci rende veramente umani e fa sì che la nostra esistenza sia veramente realizzata, utile, degna di essere vissuta e capace di lasciare una traccia costruttiva (e non solo distruttiva) del suo passaggio.

Imparando ad ascoltare

Ascoltare il prossimo, il mondo, il contesto passa attraverso l’ascolto di sé, ma non si limita ad esso. Parte e torna a sé, pur sapendo che la propria visione è una delle infinite possibili, non migliore o peggiore di altre. E’ soggettiva, circostanziale, limitata nel tempo e nello spazio. E’ proprio il confronto aperto, attento, non giudicante, compassionevole con l’altro che ci permette di arricchirci, cresce, evolvere, cambiare.

Ed è così che “andrà tutto bene”, forse, o probabilmente solo un poco meglio, è solo così che potremo anche noi contribuire, seppure in modo infinitesimale, a costruire il famoso “mondo migliore” che ci illudevamo che stesse sorgendo, senza altro sforzo, grazie alla pandemia.

Non esiste un vaccino unico e definitivo rispetto alle parti distruttive, arrabbiate, astiose, conflittuali che ciascuno di noi ha in germe, anche se magari non ne è conscio. Esiste però la consapevolezza di sentire il proprio mondo interiore, accettarlo, amarlo e trovare il modo più sano e costruttivo di volgere quelle energie a fin di bene, per sé e per gli altri.